In Italia il gruppo musicale Al Guirab band

Le controversie sociali e giuridiche minano gravemente l’avvenire professionale dei giovani palestinesi. Se riconosciamo che l’educazione ha sempre rappresentato un capitale prezioso nella lotta politica dei palestinesi della diaspora, che i palestinesi vanno orgogliosi della qualità dei loro intellettuali nel mondo arabo ed oltre, bisogna purtroppo ammettere anche che la popolazione palestinese in Libano ha conosciuto un degrado brutale del suo livello scolare. Mentre la prima generazione di rifugiati aveva beneficiato di una assistenza scolare esemplare, negli ultimi tempi la riduzione drastica dei finanziamenti dell’UNRWA per i servizi sociali (istruzione, borse di studio, stipendi, assistenza medica ed alimentare) ha comportato l’abbandono anticipato della scuola.
Scoraggiati dall’assenza di prospettive professionali, demotivati da una formazione di qualità mediocre, dagli insegnanti spesso assenti, dalle classi sovraffollate, spesso con l’esempio del proprio genitore diplomato, ma disoccupato, pressati dalla necessità di portare denaro alla propria famiglia, sempre più spesso i giovani abbandonano gli studi prima del dovuto.
I palestinesi rimangono, ancora oggi più di ieri, i più discriminati tra i lavoratori stranieri in Libano, sia arabi (i lavoratori siriani) sia non arabi (la mano d’opera sri-lankese o filippina, molto impiegata soprattutto nel lavoro domestico) nonostante che la maggioranza di essi vivano nel paese da più di tre generazioni.
Per queste ragioni ULAIA ArteSud onlus ha scelto di sostenere le Associazioni Palestinesi che agiscono nel campo sociale ed educativo, soprattutto verso i giovani.
Una Società migliora se stessa partendo dai propri giovani, e in una Società che non lascia presagire un futuro roseo per loro già in quanto giovani, come non rivolgersi a questi ragazzi che, oltretutto, hanno anche l’handicap di essere palestinesi?
L’Associazione palestinese partner, The National Institution of Social Care and Vocational Training (Beit Atfal Assomud ) presente nei campi profughi palestinesi in Libano con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo delle possibilità economiche e lavorative delle famiglie, attua programmi di sostegno per le necessità scolastiche, sanitarie e ricreative, e provvede a speciali programmi rivolti alle donne ed ai giovani. La GUIRAB band del campo di Burj al Chamali, è un programma rivolto ai giovani che cerca di creare un “Ponte di musica” (dal nome della manifestazione che ci ospiterà in diverse città della Puglia) tra i campi ed il resto del mondo.

Invitarli in tournée significa, dare un risvolto al lavoro della Beit Atfal Assomud, significa dare ai ragazzi una motivazione in più nello studio dello strumento, significa dare…….. le ali alle note!

Grazie a chi l’ha reso possibile, al Servizio Civile Internazionale, a tutte le Associazioni che l’hanno condiviso e sostenuto ospitandoci, alle Istituzioni con il loro patrocino.
per informazioni:
www.myspace.com/ulaiaartesudonlus

IL CALENDARIO PROVVISORIO DELLE LORO ESIBIZIONI

Ecco il calendario:

14 – arrivo Roma
15 – Roma, Casetta rossa (Garbatella) Festa dell’altra estate
16 – da definire
17 – Roma, Il canto dei popoli (Garbatella)
18 – Nerviano (MI)
19 – Nerviano (MI)
20 – trento o Foligno
21 – Trento o Foligno
22 – Livorno
23 – Brindisi
24 – Matera
25 – Acerenza
26 – riposo
27 – Grottaglie
28 – Terlizzi
29 – Mola di Bari
30 – riposo
31 – da definire
1 – da definire
2 – da definire
3 – partenza

contatti

stefania limiti, stefanialimiti@alice.it

maurizio musolino, musolino.m@tiscali.it

bassam saleh, bsaleh25@yahoo.it

in ricordo di Stefano

Il ricordo di Sabra e Chatila, 25 anni dopo

Le pareti della sala in cui viene accolta la delegazione italiana del Comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila” (la cui missione quest’anno è stata dedicata anche al fondatore del comitato stesso, il collega Stefano Chiarini scomparso recentemente), sono tappezzate di foto degli abitanti del campo profughi palestinese massacrati 25 anni fa.

Un dolore che non passa. E’ circa mezzogiorno, il tetto di lamiera trasuda calore, i due ventilatori posti ai lati gettano folate di aria calda. La stanza è stipata di persone. In prima fila ci sono le vedove del massacro, tutte velate con in mano i ritratti dei propri figli, mariti e fratelli sterminati. Una di loro, all’improvviso, si alza e piangendo comincia a urlare in arabo. Si chiama Hamali, avrà circa sessant’anni: ha perso quattro figli nel massacro, due li ha ritrovati per la strada del campo senza testa. Il suo grido di dolore, come di chi ha una ferita ancora aperta e sanguinante, pietrifica la sala, un’onda di commozione la percorre, anche l’interprete, Samir, fatica a riprendere a parlare, si scusa. Eppure chissà già quante volte avrà assistito a scene come questa. Ma il dolore di questa donna, è così vivo, così straziante, che ogni discorso, ogni tentativo di consolazione perde significato. La commemorazione dell’eccidio del 16 settembre 1982 ha toccato il suo momento più vero: tutto il resto, la marcia, la cerimonia ufficiale, la deposizione della corona di fiori nel luogo che ricorda il massacro, si svuotano di significato, diventano un corollario.
Ma ricordare è importante. “Iniziative come questa – ha detto Qassen Aina, il coordinatore delle Ong palestinesi e arabe in Libano – servono a riportare l’attenzione sulla situazione dei campi profughi palestinesi. Il quadro di crescente tensione creatosi dopo i fatti di Nahr el-Bared (il campo profughi che dal 20 maggio è teatro di scontri tra il movimento islamico estremista di Fatah al Islam e l’esercito libanese e che ha costretto 15.mila palestinesi a scappare nel vicino campo di Beddawi creando una situazione di emergenza umanitaria), ci conferma la necessità di azioni che riportino l’attenzione dei media, dell’opinione pubblica mondiale sulla situazione che vivono i profughi palestinesi in Libano, le discriminazioni di cui sono vittime e sul riconoscimento del loro diritto al ritorno”.

La storia. Il pretesto della strage di Sabra e Chatila fu il tentato assassinio dell’ambasciatore israeliano in Gran Bretagna Argov, avvenuto a Londra il 4 giugno 1982 e attribuito a un’organizzazione palestinese dissidente. L’episodio fornì il pretesto per lanciare la cosiddetta operazione “Pace in Galilea”. In origine l’intervento doveva essere un’incursione in territorio libanese di 40 chilometri, ma l’allora ministro della difesa, Ariel Sharon, decise di continuare l’offensiva fino a Beirut. Dopo due mesi di assedio israeliano alla capitale libanese, che costò 18mila morti e 30mila feriti, si aprì la strada ad una soluzione negoziale.
Il 19 agosto 1982, l’allora ministro degli Esteri libanese chiese l’intervento di una forza multinazionale di interposizione. Secondo il piano messo a punto dal mediatore statunitense Philip Habib, le forze dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) sarebbero state evacuate da Beirut entro il 4 settembre, sotto la protezione del contingente neutrale composto da statunitensi, francesi e italiani. Il primo settembre tutti i componenti dell’Olp avevano lasciato il Libano. Il contingente multinazionale lasciò il paese il 10, in anticipo rispetto al calendario stabilito. Nel frattempo il parlamento libanese aveva eletto il nuovo presidente, Beshir Gemayel, cristiano e leader delle falangi, le milizie cristiane, il cui piano neanche troppo nascosto era quello di cacciare via dal territorio libanese tutti i palestinesi. Il 12 settembre Gemayel incontrò Sharon, che due giorni prima aveva dichiarato che in Libano rimanevano ancora 2mila “terroristi” palestinesi, alludendo agli abitanti di Sabra e Chatila. Il 14 settembre un colpo di scena: Gemayel rimane ucciso in un attentato compiuto da un libanese cristiano collegato con un movimento dissidente. In seguito si cercherà di coprire le responsabilità del massacro, facendo passare l’irruzione delle milizie falangiste come un moto di rabbia per l’uccisione di Gemayel. In realtà la strage era già stata preparata durante i colloqui che lo stesso Sharon ammise di aver avuto con Gemayel ed altri esponenti dei falangisti. Il 15 settembre Sharon dette ordine alle truppe israeliane di non entrare nel campo, e contemporaneamente si installò personalmente nel palazzo dell’ambasciata del Kuwait, dalle cui finestre si può osservare chiaramente il campo di Sabra e Shatila. Il 16, alle cinque del pomeriggio, le truppe falangiste iniziarono ad entrare nel campo, che per tutta la durata della strage rimase circondato dall’esercito israeliano. Per 40 ore le truppe falangiste poterono compiere indisturbate la loro missione punitiva nei confronti degli abitanti del campo. Alla fine il bilancio sarà pesantissimo:centinaia le abitazioni distrutte e un conto delle vittime oscillante tra le mille e le tremila. La scena del campo di Chatila quando vi entrarono gli osservatori stranieri il sabato mattina era un incubo: donne, bambini, vecchi e giovani, giacevano sotto il sole cocente per le strade del campo. Ogni viuzza raccontava la propria storia di orrori.

Un passato doloroso. Il campo profughi palestinese di Sabra e Chatila è abitato attualmente da 17mila persone, che vivono stipate in poco più di un chilometro quadrato. Camminando lungo gli stretti vicoli e gettando uno sguardo all’interno delle povere abitazioni, in cui la luce del sole arriva di rado, poiché le abitazioni si sono sviluppate in altezza, si coglie il profondo senso di dignità di questo popolo: anche in uno stanzone occupato da dieci persone, l’ordine e la pulizia sono la regola, i bambini corrono dietro ai visitatori, ma mai, assolutamente mai, per chiedere qualcosa, soltanto per stringere loro la mano, per scambiare quell’unica frase di inglese che conoscono: “What’s your name?”. I loro genitori probabilmente erano poco più che ragazzini quando avvenne il massacro, ma anche per loro questo non è un campo come un altro, la memoria di quella tragedia viene trasmessa attraverso racconti degli adulti, così come ci dice Ahmad, 18 anni – tra i fortunati che vivono fuori dal campo- mentre segue il corteo che dall’ambasciata del Kuwait ha raggiunto il luogo della fossa comune: “Certo, io non ero ancora nato, ma sono qui per mantenere viva la memoria di quei terribili giorni, il sacrificio della nostra gente non va dimenticato e, anche per onorare la loro memoria, dobbiamo continuare a chiedere il riconoscimento dei diritti del nostro popolo”.
Secondo la Carta di Norimberga, la IV Convenzione dell’Aia e la Convenzione di Ginevra del 12/8/49, l’accaduto rientra nella definizione di “crimine di genocidio”. Sono passati 25 anni, ma nessuno è mai stato condannato o inquisito per la strage.

il giornalista Robert Fisk su Sabra e Chatila

Vita dei profughi palestinesi in Libano


Alcune foto precedenti delegazioni

stefano hezb2stefano al sacrario di sabaDSC00033stefano e musolinostefano alla manifestazione

stefano ingresso kiam

Formiamo un delegazione che visiti i profughi

Cari amici della Palestina,

vi invio il secondo comunicato del comitato “Per non dimenticare Sabra
e Shatila” (fondato da Stefano Chiarini), con l’appello  a formare una
delegazione che vada in Libano a settembre a visitare i campi dei
profughi palestinesi.

Non c’è bisogno che vi sottolinei l’importanza di questa presenza per
i rifugiati palestinesi, a evitare che siano definitivamente
dimenticati e cancellati dall’agenda politica mondiale.

Voglio piuttosto ricordarvi che si tratta di un viaggio che associa la
solidarietà politica a uno sforzo di conoscenza reale del paese, delle
sue istituzioni e forze politiche (di cui si incontrano le
rappresentanze, oltre a quelle delle forze palestinesi), della sua
situazione, entro cui si inquadra la situazione dei campi. Per questo,
è un viaggio importante, che dà molto a tutti quelli che vi
partecipano.

Buona lettura! Marta Continua a leggere ‘Formiamo un delegazione che visiti i profughi’

Insieme in Libano: come partecipare

Il viaggio avrà luogo dal 13 al 20 Settembre 2009: per prenotarsi è
necessario chiamare entro il 19 giugno prossimo uno dei nominativi
indicati sotto, poi ognuno provvederà a contattare l’agenzia di
viaggio per il pagamento del proprio biglietto. Entro quella data
dovrà essere versata la quota di partecipazione al viaggio, cioè 120
euro da inviare sul conto corrente bancario n° 63105/32 intestato
all’associazione “Per non dimenticare. Onlus” presso la Banca di Roma
- filiale 10 via Monte Santo 48 – 00195 Roma Iban:
IT37J0300205021000006310532 (indicando la causale “viaggio 2009” ) Continua a leggere ‘Insieme in Libano: come partecipare’

Attualità di un insulto alla vita e ai morti

di Stefano Chiarini

L’assedio di Beirut, Sabra e Chatila: di là dalla nebbia del tempo
resiste la memoria di quell’insulto alla vita.

Continua a leggere ‘Attualità di un insulto alla vita e ai morti’

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