Elezioni in LIbano, dopo il voto

Nello specifico Saad Hariri sarà con molte probabilità il prossimo primo ministro, riuscendo così a conquistare a pieno l’eredità del padre ed evitando di essere relegato a vita al ruolo di “delfino”.

Hariri governerà innanzitutto con quelli che sono stati in questi anni i suoi principali alleati all’interno della coalizione del “14 marzo”: Samir Geagea e Walid Jumblatt. Un Geagea, leader delle “falangi” neo fasciste, che ha rischiato in alcune regioni, ma alla fine ha ampliato la propria base parlamentare, fra membri del partito e candidati esterni da lui appoggiati. L’esponente cristiano maronita rimane tuttavia nettamente dietro il generale Michel Aoun, ma l’impressione è che abbia lavorato guardando al futuro, in vista delle elezioni del 2013 quando il generale Aoun sarà quasi ottantenne.
Jumblat, dal canto suo, ha subito due brucianti sconfitte. Prima perdendo il parlamentare druso Ayman Choukair nella circoscrizione di Baabda, facendo così arretrare il proprio blocco a vantaggio di un’alleanza di maroniti e sciiti, e lasciando ipotizzare che essi potrebbero scegliere il rappresentante druso in quel distretto anche in futuro. E come se non bastasse, vedendo affogare l’idea di una apertura nei confronti degli sciiti di Nabih Berri (di Amal) – per aiutare Choukair a vincere – che veniva considerata come l’embrione di un nuovo blocco centrista.
Michel Aoun è uscito dalla competizione elettorale in forma contraddittoria: più forte, ma con segnali che indicano che l’appoggio dei cristiani nei suoi confronti è in sensibile declino e che la sua figura non rappresenta per i maroniti un elemento di unità. Aoun controllerà il blocco cristiano più numeroso in parlamento, e ciò gli servirà per consolidare il suo potere contrattuale.
Hezbollah, infine, non può essere deluso dei risultati. La maggioranza ottenuta dalla coalizione del “14 Marzo” è più o meno la stessa di quattro anni fa, e con Hariri come primo ministro, Hezbollah pensa di poter porre un volto sunnita credibile a difesa della “resistenza”.
Cosa accadrà domani?
La vittoria delle forze filo-occidentali nelle elezioni libanesi ha rappresentato certamente un sollievo per l’amministrazione Usa, tanto più oggi dopo il contestato voto iraniano. Il risultato del 7 giugno infatti risparmia ad Obama la fastidiosa decisione su come trattare con una coalizione guidata da Hezbollah, e soprattutto lascia invariato il quadro di compatibilità che il presidente statunitense sta costruendo per arrivare ad una pax americana della regione.
Un sospiro di sollievo che però non è piovuto dal cielo. Prima delle elezioni esponenti statunitensi di primo piano, a partire dal vicepresidente Joe Biden, avevano chiarito l’intenzione di riconsiderare gli aiuti Usa, in particolar modo alle forze armate libanesi, nel caso in cui Hezbollah e i suoi alleati avessero avuto la meglio. Parole che hanno pesato come macigni sulla competizione elettorale. Una illegittima pressione, sostanziata anche da un gran flusso di denaro, che nessuno alla Casa Bianca ha intenzione di mettere da parte, tanto che proprio giovedì scorso alcune fonti ufficiali del Pentagono hanno affermato che le decisioni sugli aiuti a Beirut non verranno prese fino a quando non sarà insediato il nuovo governo.
E proprio sulla formazione del nuovo esecutivo è iniziata fin dalle prime ore dopo la chiusura dei seggi una durissima contrattazione fra i vari partiti. Al centro della contesa i caratteri di una eventuale formazione di un governo nazionale di consenso (formula che sottintende una alleanza fra tutte le forze libanesi) e soprattutto la possibilità per Hezbollah di vedersi riconfermare il potere di veto sulle decisioni dell’esecutivo. Al momento, ma si prevedono possibili colpi di scena, gli analisti affermano che è probabile che il Partito di Dio si veda riconoscere sia il diritto di veto che l’intangibilità delle armi della resistenza, paventando che se così non fosse ciò potrebbe far risprofondare il Libano verso la violenza. Esponenti del fronte “14 marzo”, seppur mantenendo l’anonimato, hanno senza mezzi termini accusato Hezbollah . Una considerazione però che stride apertamente con le affermazioni che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha rilasciato dopo la proclamazione dei risultati: ovvero la piena accettazione della volontà democraticamente espressa dai suoi concittadini.
Parole che hanno sorpreso qualche sprovveduto analista occidentale ma che nascondono una domanda che oggi in Libano in molti si pongono: la vittoria del blocco “14 marzo” deve considerarsi come una pesante battuta d’arresto per Hezbollah e i suoi alleati esterni, l’Iran e la Siria? Nel suo discorso dopo il voto Nasrallah ha invitato a distinguere tra “maggioranza parlamentare” (andata ancora una volta alla coalizione guidata da Saad Hariri) e la “maggioranza popolare”, ossia il consenso che l’opposizione tutt’oggi riscuote nel Paese. Nasrallah ha poi detto che i leader dell’opposizione si incontreranno a breve per raggiungere una posizione condivisa in vista della nomina del nuovo primo ministro.
Il sistema costituzionale libanese infatti divide il potere tra le diverse comunità cristiane e musulmane. Il presidente è sempre maronita, il primo ministro sunnita e il presidente del Parlamento sciita. All’interno della Camera, il numero di seggi è ugualmente ripartito, secondo un sistema analogo, in funzione delle confessioni. Ogni comunità viene rappresentata da più partiti e, dunque, la costituzione di una maggioranza passa inevitabilmente per il raggiungimento di alleanze. In questo contesto, gli sciiti di Hezbollah e i suoi alleati cristiani non hanno vinto le elezioni perché le principali battaglie elettorali si sono tenute nelle circoscrizioni cristiane in cui gli alleati del Partito di Dio (essenzialmente le liste di Michel Aoun) non sono riuscite ad allargare la loro influenza.
Una cosa è certa, anche nella confusa situazione del Libano: ad uscire sconfitti da questo voto sono il presidente della Repubblica Michel Suleiman, che ha registrato un azzeramento dei suoi uomini presenti in Parlamento; Nabih Berri, leader degli sciiti di Amal e in un certo senso il Partito comunista libanese, restato schiacciato proprio da quella logica confessionale alla quale da sempre giustamente si oppone.

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