Profughi e ritorno, chiave per la soluzione del conflitto

L’analisi di Nassar Ibrahim, co-direttore dell’Alternative Information Center: “Ogni accordo o negoziato di pace che non affronti in modo convincente questo punto e’ destinato a lasciare intatte le radici del conflitto”
 
L’analisi di Nassar Ibrahim, co-direttore dell’Alternative
Information Center: “Ogni accordo o negoziato di pace che non
affronti in modo convincente questo punto e’ destinato a lasciare
intatte le radici del conflitto”
 
(RED.SOC.) In esclusiva dall’Alternative information center
BETLEMME – Il diritto al ritorno non e’, come spesso presentato,
una questione che attiene la sfera emotiva. È un problema
politico e come tale non dovrebbe essere preso alla leggera. Il
diritto al ritorno e’ stato sempre una linea rossa per Israele.
Israele ha la fortuna che la comunita’ internazionale si
preoccupa di cancellare questo argomento dall’agenda politica o
di rimandarlo alle fasi finali di ogni negoziato. Questo e’
avvenuto nella preparazione fallita della Conferenza di pace di
Ginevra del 1976, negli accordi di Camp David tra Egitto e
Israele nel 1978, a Madrid e certamente a Oslo. In quest’ultimo
caso, a Israele non e’ stato neppure richiesto di riconoscere il
diritto al ritorno e gli accordi riguardo al tema dei rifugiati
furono rimandati all’ultima fase della Road Map, come se si
trattasse di piccola difficolta’ tecnica, da risolvere in
conclusione di una lunga giornata.
 
In realta’, i rifugiati e i temi ad essi collegati sono la chiave
della soluzione del conflitto. Ogni accordo o negoziato di pace
che non affronti in modo convincente questo punto e’ destinato a
lasciare intatte le radici del conflitto. Occorre ricordare che –
oltre ai 5 milioni di profughi palestinesi che vivono nei campi
del Libano, della Siria e della Giordania – il diritto al ritorno
ha una ricaduta profonda e diretta sui diritti e interessi del
60% della popolazione palestinese nei Territori occupati. Il
potere dei rifugiati non e’ meramente numerico. Dal 1948 (la
Naqba, catastrofe palestinese) fino alla prima Intifada del 1987,
i campi profughi, in particolari quelli della diaspora, sono
stati il motore della resistenza palestinese. La popolazione
profuga sente di portare il carico piu’ pesante della questione
palestinese attraverso decenni di lotta.
È chiaro che chi non e’ profugo non puo’ cogliere in profondita’
il valore del diritto al ritorno.
 
Esistono palestinesi che non hanno contatti con i profughi
attraverso legami familiari, di matrimonio o amicizia, e tra loro
esistono punti di disaccordo su molti temi. Per dirlo in modo
piu’ radicale: coloro che non sono profughi credono che
perseguire un “irrealistico” diritto al ritorno non dovrebbe
essere permesso per evitare passi avanti nei negoziati tra
Israele e Palestina. Per i rifugiati, il pericolo che coloro che
non sono toccati dalla questione del diritto di ritorno possano
“vendere” questo diritto in nome di un pezzo di terra da
bantustan. Se una risposta chiara non e’ stata ancora offerta ai
profughi palestinesi che attendono da decenni in campi umilianti,
la sola risposta data dai rifugiati potra’ essere: “gli accordi
non ci interessano. Viviamo nei campi e la nostra terra natale e’
lontana, e’ nostro diritto ritornarvi e la nostra resistenza
continuera’ fino alla costruzione di uno stato palestinese”.
(Nassar Ibrahim, co-direttore dell’Alternative Information
Center, traduzione di mcr) (www.redattoresociale.it)
 
11:52 12-02-10

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