LE RESPONSABILITÀ DI UNIFIL E GLI INTERESSI DEL LIBANO

RISPOSTA AD UNA LETTERA –

Riguardo al suo pensiero e giudizio sulla missione Unifil, li condivido, nel senso che spero anch’ io che quella missione (nonostante non abbia presenziato al disarmo di Hezbollah, che si è anzi riarmata) possa creare le condizioni perché, col tempo, il Libano trovi la pace, la sicurezza e rapporti, se non cordiali, pacifici col suo vicino Israele. Fatto sta che le speranze possono dissolversi come neve al sole di fronte al riarmo di una milizia fondamentalista, che difficilmente potrà abbandonare la sua ragion d’ essere: cercare di distruggere Israele e quindi infiammare il Medio Oriente. Gian Paolo Ferraioli ferraioli69@hotmail.it Caro Ferraioli, C ome altri lettori, anche lei sembra essere convinto che Unifil dovesse disarmare Hezbollah e che la missione dell’ Onu abbia mancato il suo principale obiettivo. Un altro lettore, Emanuele Segre Amar, ricorda a questo proposito il testo della risoluzione 1701, approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’ Onu l’ 11 agosto 2006, e mi chiede di attenermi ai documenti. È giusto. La risoluzione contiene, insieme ad altri elementi, il mandato di Unifil. Di qui, dunque, occorre partire per decidere se abbia fatto o meno il proprio dovere. La parte «operativa» della risoluzione è nell’ articolo 2 dove a Unifil viene chiesto di monitorare la cessazione delle ostilità, accompagnare e sostenere le forze armate libanesi mentre s’ installano nel sud del Paese, coordinare le proprie attività con il governo libanese e con quello israeliano, prodigarsi per assicurare l’ accesso delle organizzazioni umanitarie alla popolazione civile, assistere le forze libanesi mentre prendono provvedimenti diretti a creare la zona descritta nel paragrafo 8, aiutare il governo libanese a realizzare gli obiettivi descritti nel paragrafo 14. I due paragrafi sono particolarmente interessanti perché è qui che sono stati chiaramente definiti gli obiettivi della risoluzione: la creazione di un’ area proibita a formazioni armate che non siano quelle di Unifil e dell’ esercito libanese. Ma i compiti di Unifil sono altri: monitorare, coordinare, assistere, aiutare. Qualcosa di più sembra emergere dal paragrafo 12 dove è detto, tra l’ altro, che Unifil è autorizzata a fare il necessario, nel limiti delle sue capacità, per assicurare che l’ area in cui sono spiegate le sue forze non venga utilizzata per attività ostili. Ma anche in questo caso nessuno impone a Unifil l’ obbligo di disarmare unilateralmente Hezbollah. Aggiungo che vi sono almeno due passaggi nella risoluzione in cui è esplicitamente dichiarato che non possono esservi armi nella zona «senza il consenso del governo libanese». Tocca a Beirut, in altre parole, decidere se certe situazioni debbano essere tollerate o interdette. Vi fu un momento, nella primavera del 2008, quando il governo libanese cercò di isolare Hezbollah interrompendo le comunicazioni con l’ area dell’ aeroporto di Beirut dove giungevano le sue armi. Se l’ operazione fosse riuscita, il governo avrebbe probabilmente chiesto la collaborazione di Unifil per il disarmo della zona meridionale. Ma la dura reazione di Hezbollah provocò una breve guerra civile e costrinse la componente cristiano-sunnita del governo ad abbandonare il suo progetto. Da allora il Libano ha un nuovo presidente della Repubblica, è andato alle urne e ha un nuovo governo presieduto da Saad Hariri in cui Hezbollah ha due ministeri. Piuttosto che disarmare le milizie sciite, Hariri ha preferito riallacciare i rapporti con la Siria, vale a dire con il Paese che, insieme all’ Iran, è stato per molti anni il maggiore protettore e fornitore di Hezbollah. Lo scopo quindi non è quello di disarmare l’ organizzazione sciita ma di privarla del suo retroterra militare. È un’ operazione che potrebbe dare buoni risultati per il Libano e per l’ intera regione. Doveva forse Unifil pregiudicarne il successo con qualche iniziativa unilaterale?

 Romano Sergio

(25 febbraio 2010) – Corriere della Sera

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