Beirut, il diario di Tuf Tuf…4 – 14 Marzo: la riscossa mancata

LA VIA DIPLOMATICA – L’ultima mossa sul fronte dell’opposizione è arrivata nella giornata di lunedì, con l’incontro del capo del blocco parlamentare del “14 Marzo” ed ex Primo Ministro Fuad Siniora, con i rappresentati diplomatici degli stati membri delle Nazioni Unite.

L’incontro, cui ha partecipato anche il Coordinatore Speciale per il Libano Derek Plumbly, è stato indetto da Siniora per ribadire ancora una volta alle diplomazie occidentali le ragioni dietro la richiesta di dimissioni immediate dell’esecutivo in favore di un governo di transizione “neutrale”, spiegando che il “14 Marzo” «ha provato a praticare l’opposizione costruttiva », ma che si è scontrato «con un livello mediocre di esercizio del potere che si è ripercosso su tutti i campi, contribuendo ad aggravare le tensioni nel paese» essendo il governo diventato «un terreno propizio per la violazione delle regole, ivi comprese quelle da esso stesso stabilite, come quella concernente la politica di tenersi da parte» nella crisi siriana.

LA RISPOSTA OCCIDENTALE – Se Siniora a fine incontro ha dichiarato alla stampa che le diplomazie occidentali «si sono mostrate chiaramente comprensive», il dato che emerge dalla posizione espressa dell’ambasciatrice USA a Beirut Maura Connelly nella serie di incontri avuti con le personalità di spicco del “14 Marzo” appare di tutt’altra natura. Negli incontri avuti sia col leader Falangista Amin Gemayel, che con Siniora, che con i portavoce dell’ex-primo ministro Saad Hariri, Connelly ha ribadito il sostegno al presidente Suleiman nella creazione di un governo di unità nazionale, agguingendo che allo stato attuale delle cose, la corretta lettura dell’affaire Al-Hassan non è necessariamente quella proposta dalle forze di opposizione, e che qualsiasi attribuzione certa delle responsabilità dell’attentato e della sua esecuzione, va ben al di sopra delle loro possibilità, riferendosi alle accuse mosse dalla coalizione verso il regime di Assad e ai suoi alleati in patria. Ancor più dura è stata poi con Samir Geagea, leader delle Forze Libanesi che nei giorni scorsi aveva additato senza possibilità di equivoco Hezbollah di aver eseguito materialmente l’assassinio di Wissam Al-Hassan, definendo inaccettabile il tentativo di mettere sotto sopra un paese per la morte di un ufficiale, per quanto importante fosse stato il suo operato. Un’ulteriore porta chiusa alle forze di opposizione in favore della linea presidenziale dunque, dalla quale emergono tutte le criticità della strategia di attacco frontale messa in atto dal “14 Marzo” dopo l’attentato di Ashrafiyeh  dello scorso 19 ottobre.

LE CARENZE STRATEGICHE – Il primo punto contestato alla coalizione guidata da Hariri, è l’ambiguità della formula «neutra» (tecnocrati? governo di unità nazionale?) proposta in alternativa al governo Miqati che, oltre a rappresentare il principale motivo di diffidenza delle diplomazie occidentali, fa emergere una certa vaghezza di prospettive all’interno del movimento stesso, evidentemente non ancora in grado di elaborare un efficace progetto comune. Se da un lato infatti, il Mustaqbal e le Forze Libanesi continuano a seguire imperterrite la linea dimissionaria rifiutando qualsiasi possibilità di dialogo prima della dipartita di Miqati, voci di corridoio non escludono che le Falangi di Amin Gemayel  possano aggregarsi al blocco “centrista” filo-presidenziale dopo aver tentato una mediazione interna alla coalizione per cercare una soluzione concreta alla crisi.

Il secondo punto di debolezza è di ordine strettamente numerico. Dopo il rifiuto del Partito Socialista Progressista di Jumblatt di unirsi al coro dei dimissionari, qualora il “14 Marzo” riuscisse nella sua impresa di far cadere l’esecutivo, non avrebbe i numeri per formare un nuovo governo contando solo sulle sue forze. Il ripiegamento su sé stesso e le pesanti accuse lanciate alla coalizione di maggioranza in generale e ad Hezbollah in particolare poi, che della coalizione di governo rappresenta il partito maggioritario, hanno inibito sul nascere qualsiasi possibilità di dialogo tra i due blocchi, gettando ulteriore perplessità sull’effettiva praticabilità dell’alternativa «neutra» qualsiasi essa sia, venendo a mancare le condizioni per un efficace svolgimento dell’attività parlamentare.

LA RISCOSSA MANCATA – Infine, last but not least, il fallimento della carta militante e anti siriana come strumento di pressione, fa emergere un dato tanto ovvio quanto sottovalutato tra le fila dell’opposizione: il 2012 non è il 2005, e Wissam Al-Hassan non è Rafiq Hariri. Se sette anni fa infatti, le forze anti siriane erano riuscite, innescando una mobilitazione di massa, a raggiungere l’obiettivo di far ritirare le truppe di Damasco dal territorio libanese dopo l’assassinio del Primo Ministro Rafiq Hariri portando al potere il figlio Saad, auspicare oggi a una nuova “Rivoluzione dei Cedri” dopo l’assassinio di Al-Hassan appare un obiettivo quanto mai ingenuo. La Siria non è più una potenza occupante e, per quanto la vicina crisi stia avendo un crescente impatto sul fronte libanese (dall’acuirsi della polarizzazione tra gruppi pro e anti Assad spesso dalle connotazioni violente, all’emergenza profughi), la preoccupazione principale della società civile resta il mantenimento della stabilità interna.

Niente riscossa dunque per il “14 Marzo”, che, salvo colpi di scena, non può sperare che nelle elezioni per ritrovare nuovo vigore.

 

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