Beirut, il diario di Tuf Tuf…8 – La legge della discordia

BERIUT, 29 Dicembre 2012 – A pochi mesi dalla data stabilita per la prossima tornata elettorale, il progetto di riforma dell’attuale legge, resta ancora un obiettivo lungi dall’essere portato a termine. Nonostante tutte le forze politiche libanesi siano d’accordo sull’inadeguatezza del sistema di voto vigente e sulla necessità di dotarsi di un nuovo sistema di largo consenso per le prossime elezioni, le proposte alternative fino ad ora messe in campo sono state tanto scarse quanto scarsamente condivise tra le fazioni in ballo, data la divergenza di interessi e di prospettive che ognuna delle diverse soluzioni implicherebbe. lebanon-election

Al centro del dibattito la scelta tra proporzionale e maggioritario, e un eventuale ridisegno delle circoscrizioni elettorali, che, in un sistema confessionale come quello libanese, dove i 128 seggi parlamentari sono rigidamente ripartiti tra gli 11 maggiori gruppi religiosi (27 seggi ai sunniti, 27 agli sciiti, 34 ai cristiani maroniti, 14 ai greco ortodossi, 8 ai drusi, 8 ai greco cattolici, 5 agli armeno ortodossi, 1 alle altre minoranze cattoliche, 1 agli alawiti, 1 agli armeno cattolici e 1 ai cristiani evangelici), diventano determinanti non tanto per la piena rappresentanza degli interessi di tutti i gruppi religiosi in campo –già abbondantemente garantita dal sistema stesso-, quanto per la determinazione dei rapporti di forza tra i partiti afferenti a un determinato gruppo religioso all’interno dei due grandi blocchi di alleanze (8 e 14 Marzo) in cui il sistema politico libanese è da anni bel polarizzato.

È il caso in particolare del fronte cristiano maronita, i cui quattro maggiori partiti di riferimento sono rigidamente divisi tra i due blocchi, con le Falangi di Gemayel e le Forze Libanesi di Geagea sul fronte del 14 Marzo, e il Movimento Patriottico Libero del generale Aoun e il movimento Mrada di Frangieh schierati invece col blocco dell’8 Marzo.

Consapevoli del fatto di essere una componente minoritaria ma al tempo stesso determinante per il raggiungimento della maggioranza all’interno delle coalizioni di riferimento dominate da partiti a maggioranza musulmana (sunnita per il 14 Marzo attraverso il movimento Mustaqbal, sciita per l’8 Marzo attraverso Amal ed Hezbollah), la loro preoccupazione primaria è quella di ridurre al minimo la mescolanza confessionale all’interno delle circoscrizioni, così da fugare il rischio di vedere eletti nelle circoscrizioni miste i candidati cristiani sostenuti dagli alleati musulmani piuttosto che indipendentemente scelti dal partito, così da preservare la propria indipendenza e il proprio potere contrattuale all’interno della coalizione.

Prima di analizzare la natura delle varie proposte messe in campo dagli attori coinvolti, è bene partire da principio.

L’attuale legge elettorale, frutto diretto degli accordi di Doha del 2008 siglati da tutte le forze politiche libanesi per mettere fine ai due lunghi anni di profonda crisi politica e istituzionale scaturita dall’istituzione del Tribunale Speciale per il Libano nel gennaio 2006, consiste in una versione emendata della legge del 1960 in vigore prima dello scoppio guerra civile. Con la qila’ (assimilabile grossomodo alla nostra provincia) come circoscrizione elettorale di base, essa prevede un sistema maggioritario a turno unico in cui ogni elettore può votare tanti canditati quanti sono gli n seggi in palio per ogni circoscrizione, per cui vincono quegli n candidati che hanno ottenuto più voti.

Se da un lato la circoscrizione modellata sulla qila’ garantisce una miglior rappresentanza confessionale essendo l’unità amministrativa più piccola e quindi religiosamente più omogenea, il sistema di voto risulta invece meno efficace dal punto di vista della rappresentanza politica, poiché basando l’assegnazione dei seggi sul numero di voti raccolti da un singolo candidato, non è automaticamente rappresentativa delle preferenze espresse dagli elettori verso una determinata formazione nel suo complesso. Basti guardare ai risultati delle elezioni del 2009: il blocco del 14 Marzo risultò vincitore guadagnandosi 71 seggi su 128, ma ottenendo in percentuale solo il 45,3% dei voti contro il 54,7% del blocco dell’8 Marzo.

La soluzione ottimale per ovviare a tale anomalia sarebbe quella di passare al sistema proporzionale. Ne sono ben consapevoli sia l’associazionismo civile che da anni si batte in tal senso, sia il presidente della repubblica Michel Sulaiman, che nell’autunno 2011 aveva salutato con particolare favore la proposta di riforma mossa dall’attuale governo nella persona del Ministro dell’Interno Marwan Charbel che prevedeva il passaggio al sistema proporzionale con voto di preferenza e un ampliamento delle circoscrizioni elettorali, rimasta però lettera morta per l’opposizione sia del 14 Marzo che del fronte cattolico.

Se è vero infatti che il proporzionale garantirebbe una maggior rappresentatività reale del voto espresso dai cittadini libanesi, dall’altro è altrettanto vero che tale rappresentatività reale andrebbe essenzialmente a scapito del blocco del 14 Marzo in favore degli avversari. I dati relativi alle elezioni del 2009 offrono già un buon esempio in tal senso. Inoltre, stime effettuate dall’entourage del movimento di Hariri avrebbero stabilito che con un cambiamento di sistema elettorale, il fronte del 14 Marzo perderebbe ben 11 seggi in favore dello schieramento opposto.

Sono quindi due le battaglie che si incrociano: da un lato la lotta proporzionale/maggioritario da cui dipende l’affermazione di uno dei due macro blocchi a livello nazionale, e dall’altro la lotta delle circoscrizioni da cui dipende il potere contrattuale delle forze cristiane all’interno degli schieramenti di appartenenza.

Nei mesi precedenti, consci della propria posizione di debolezza, le forze cristiane si sono riunite a Bkerkeh sotto gli auspici del Patriarca Maronita Card. Bashara Butrus al-Rahi nel tentativo di elaborare un progetto di riforma comune dell’attuale legge elettorale che garantisse loro il massimo grado di rappresentatività possibile. Tentativo fallito, dato che le due principali alternative uscite fuori, riflettono di fatto le posizioni portate avanti dalle due coalizioni di appartenenza. Da un lato il progetto di divisione del territorio in una cinquantina di micro-circoscrizioni con lo stesso sistema di voto maggioritario oggi in vigore che ridurrebbe al minimo il numero di distretti misti senza intaccare lo status quo, sostenuto dagli appartenenti alla coalizione del 14 Marzo, e dall’altro il rilancio della proposta avanzata nel 2011 dal Concilio Ortodosso che prevede un sistema proporzionale con il Libano come circoscrizione unica, in cui ogni elettore può votare esclusivamente i candidati appartenenti alla sua stessa comunità religiosa, sostenuto soprattutto da Aoun, essendo l’adozione del proporzionale l’obiettivo primario dell’8 Marzo.

La natura consensuale del sistema politico libanese richiede l’accordo delle parti coinvolte per assicurare l’equilibrio tra poteri, indipendentemente dal semplice raggiungimento della maggioranza numerica nei processi di decision making. I due blocchi in causa ne hanno piena consapevolezza e sanno bene che non ci sarà nessuna nuova legge elettorale se uno dei due blocchi verrà escluso da questo processo. Lo stesso discorso vale anche dal punto di vista interno: sia i sunniti di Mustaqbal che gli sciiti di Amal e di Hezbollah sanno che, indipendentemente dalla loro forza, hanno bisogno di assecondare le esigenze degli alleati cristiani che, per quanto minoritari a livello di coalizione, restano comunque la componente fondamentale per il raggiungimento della maggioranza.

Il risultato finale fino ad oggi non è stato altro che una serie di prove di forza a somma zero.

Da un lato i tentativi di riforma in senso proporzionale dell’attuale governo Mikati (8M) sono stati vanificati dal 14 Marzo prima in nome della retorica del disarmo del Partito di Dio (il vecchio mantra del ‘niente dialogo se Hezbollah non consegna le armi all’esercito’), poi, dopo l’assassinio del Brigadiere Wissam al-Hassan, come strumento di pressione per costringere l’attuale governo alle dimissioni attraverso il boicottaggio delle attività parlamentari.

Dall’altro, l’incapacità dei leader cristiani di produrre un progetto alternativo unitario ed efficace che avrebbe potuto fare da strumento di pressione sui i rispettivi alleati musulmani per uscire dall’attuale situazione di stallo, non ha fatto altro che alimentare lo stallo stesso.

Sembra dunque inverosimile che si riesca a trovare una soluzione in tempi brevi.

In assenza di un nuovo progetto, l’alternativa sarà quella di tornare alle urne con l’attuale sistema di voto, il quale, dato il pericolo di scollamento tra risultato finale e rappresentanza reale, non garantisce la formazione di un governo stabile, indispensabile in questa fase tanto per il mantenimento dei precari equilibri interni al Libano, quanto per gli ancor più precari equilibri regionali.

Se il Libano infatti è stato finora solo in minima parte direttamente coinvolto nella vicina crisi siriana, è stato proprio grazie all’equilibrio interno venutosi a creare tra istituzioni (presidenza della repubblica in particolare), governo e base (in questo caso soprattutto sciita), in nome dell’obiettivo comune di preservare quanto più possibile la stabilità nazionale, storicamente strettamente dipendente dagli equilibri regionali. Equilibrio interno che, con un eventuale scollamento tra base e vertice derivabile dall’attuale sistema elettorale, sarebbe inevitabilmente destinato a saltare, gettando per l’ennesima volta il paese nel caos.

Per capire gli esiti della vicenda, non ci resta che sorvegliare con attenzione i lavori della sub-commissione parlamentare creata ad hoc per studiare i progetti di legge elettorale, i quali riprenderanno il prossimo 8 gennaio.

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