Il Libano di Tuf Tuf – Schiave moderne: la lotta delle lavoratrici domestiche migranti

lebanon (1)BEIRUT – Domenica 13 ottobre il quartier generale della Federazione Nazionale dei Lavoratori e degli Impiegati Libanesi (FENASOL) di Beirut ha un aspetto diverso dal solito. Donne, molte delle quali avvolte in sari sgargianti, bambini e bambine animano i suoi corridoi austeri con disegni, danze, canti, colori. Sono le donne migranti riunite nel Comitato delle Lavoratrici Domestiche e i loro figli impegnati in “Growing up in Lebanon as Migrant Children”, una competizione di disegni intervallata da esibizioni di danze e canti dei paesi di provenienza, patrocinata dall’International Labour Organisation nell’ambito del progetto PROWD (Action Programme for Protecting the Rights of Women Migrant Domestic Workers), programma finanziato dall’Unione Europea attivato lo scorso aprile con l’obiettivo specifico di migliorare le loro condizioni lavorative attraverso l’integrazione economica e il coinvolgimento diretto delle istituzioni competenti. Danze e canti dunque, ma anche storie di abusi e di lotte, che accendono un faro sulle durissime condizioni lavorative ed esistenziali che investono l’universo del lavoro migrante domestico libanese.

Secondo le statistiche ufficiali relative al biennio 2011-2012, il numero di lavoratori domestici con regolare permesso ammonta a 188358 unità. Di queste, la quasi totalità è costituita da donne provenienti principalmente da Etiopia, Bangladesh, Sri Lanka, Filippine, Nepal e Africa Subsahariana, impegnate in particolare nella cura degli anziani, delle abitazioni, e dei bambini, spesso con funzioni infermieristiche, riempiendo così i molti buchi lasciati dallo stato soprattutto per quanto riguarda l’assistenza sanitaria domiciliare. Un soggetto sociale importantissimo dunque, privo però di qualsiasi forma di tutela contrattuale, sanitaria e legale, reso così estremamente vulnerabile in un sistema ai limiti della schiavitù. Numerosissimi sono i casi di abusi registrati, da quelli verbali e fisici fino, in alcuni casi, a quelli sessuali, a varie forme di sfruttamento che vanno dal numero eccessivo di ore di lavoro, alla richiesta di prestazioni non concordate, al ritardo o al non pagamento degli stipendi, già di per sé bassissimi (tra i 200 e i 300$ per le lavoratrici regolari, intonro ai 400$ per le lavoratrici in nero).

A corroborare questo sistema, contribuiscono in maniera significativa innanzitutto i sistemi di reclutamento delle lavoratrici dai paesi di origine. Oltre al fatto che molto spesso  i termini di lavoro e le condizioni dello stesso non vengono esplicitati prima della partenza,  l’obbligo di trovare uno sponsor per ottenere un visto lavorativo infatti, lega le lavoratrici ad un singolo datore di lavoro, il quale ha il pieno controllo sulla loro libertà di movimento, legittimandolo così potenzialmente a confinarle in casa – che è nello stesso tempo il luogo di lavoro – anche per anni, essendo le uscite o la possibilità di vivere altrove direttamente subordinate alla sua volontà.

In secondo luogo, l’assenza di una legislazione apposita in Libano, fa sì che il lavoro domestico migrante sia completamente deregolamentato, impedendo qualsiasi forma di rivendicazione o di denuncia degli abusi subiti. Secondo le norme vigenti infatti, il lavoro migrante è escluso da tutti i diritti e le tutele previste dalla Legge Nazionale del Lavoro, compresa la possibilità di organizzarsi in un sindacato. A tal proposito, nel 2011 un progetto di legge è stato elaborato ma, ad oggi, è rimasto tale.

A fronte di tali condizioni, le lavoratrici negli anni hanno cercato di creare reti di solidarietà per avviare un’azione comune per ottenere diritti e tutele attraverso la costituzione di ONG come Kafa Violence & Exploitation, nata nel 2005 con l’obiettivo di sradicare qualsiasi forma di violenza di genere sulle lavoratrici e sul lavoro infantile, attraverso attività di pressione, documentazione, e sostegno diretto alle vittime di abusi.

Un importante passo avanti in tal senso è stato compiuto lo scorsa primavera con la costituzione all’interno del FENASOL, sindacato indipendente ufficialmente fuoriuscito dalla Confederazione Generale dei Lavoratori del Libano nel dicembre 2012, del Comitato delle Lavoratrici Domestiche, un éscamotage, spiega Zeina Maher, coordinatrice nazionale del progetto PROWD per l’ILO, per presentare al Ministero del Lavoro le loro rivendicazioni. Lo scorso 28 maggio, il FENASOL ha presentato un’interpellanza al Ministero del Lavoro in cui veniva rivendicato il diritto da parte delle lavoratrici domestiche migranti a creare un sindacato autonomo in nome della libertà di associazione. Il Ministero ha rifiutato, ma la battaglia è ancora tutta da combattere.

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